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Analisi dei dati delle dichiarazioni dei redditi presentate presso CAAF CGIL EMILIA ROMAGNA – MODENA E PROVINCIA. Anni fiscali 2016-2023. Focus sulle dichiarazioni presentate nel corso del 2024

LA FRANA.IL PROGRESSIVO IMPOVERIMENTO DI LAVORATRICI E LAVORATORI MODENESI.

Eccoci al quarto rapporto sui redditi da lavoro dipendente in provincia di Modena, elaborato sui dati della società fiscale della CGIL, largamente il primo Caaf per attività svolta nel territorio. Il rapporto analizza in dettaglio i dati di 43.443 dichiarazioni dei redditi presentate nel corso del 2024, relative all’anno precedente. All’analisi è associato il confronto con la serie storica dei dati, che comprende 334.000 certificazioni nel periodo 2016-2023. Il rapporto contiene un focus sul lavoro pubblico: Sanità, Scuola e Pubblico impiego. Anche questa volta, tra un mese, presenteremo in uno specifico studio la condizione reddituale delle pensionate e dei pensionati, basata su ulteriori 44.753 certificazioni. Il testo che segue è solo la sintetica presentazione di alcuni elementi maggiori del report; solo la lettura integrale del rapporto può fornire gli elementi di dettaglio (settore per settore, zona per zona, Comune per Comune, di genere e anagrafiche) che raccontano la frana continua dei redditi di lavoratrici e lavoratori modenesi.

La frana non si ferma, ma rallenta. L’anno scorso, con il report intitolato “Il crollo”, abbiamo dato conto del violento arretramento del potere d’acquisto dei redditi da lavoro dipendente in provincia di Modena. Dopo il crollo dell’8,1% nel 2022 (dichiarazioni 2023), era lecito attendersi una sorta di contraccolpo, sia a fronte di una attenuazione del dato d’inflazione (passato dall’8,3 del 2022 al 5,7 del 2023) che della ripresa della contrattazione, nazionale ed aziendale. Sul fronte dei numeri del Caaf CGIL non solo questo recupero non è avvenuto, ma nemmeno l’incremento medio è stato sufficiente a recuperare tutta la nuova inflazione del 2023. L’arretramento medio delle retribuzioni, nel 2023 sul 2022, si attesta al -0,1%; un dato però con molte differenze tra territori. Il confronto sul potere d’acquisto odierno dei salari, rispetto al 2016, è l’elemento rispetto al quale dovrebbero essere interpretate le molteplici crisi della nostra provincia e del suo capoluogo. Consegna una perdita, in otto anni, del 12,5% di potere d’acquisto delle retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori modenesi. Non siamo lontani dalla perdita di due mensilità, ma bisogna ricordare che anche l’inflazione è classista, e pesa maggiormente sulle famiglie a basso e medio reddito, i cui consumi sono concentrati in aree (il carrello della spesa, gas e luce) dove l’inflazione è stata ed è maggiore. Quelli modenesi sono dati in sintonia col livello nazionale, dove l’ulteriore peggioramento dei redditi da lavoro è stato segnalato dall’Istat pochi giorni fa. L’Italia è ultima per retribuzioni trai Paesi del G20, il 23% della popolazione è a rischio di esclusione sociale, aumentano le diseguaglianze. In questa dinamica, anche a Modena, ancora una volta, si accentuano le differenze anagrafiche e di genere, penalizzando in modo netto giovani e donne. Sembra poi di capire che per molti, dal Governo alle imprese, ma non solo, quanto accaduto nel 2022 sia ormai storia passata, e che possa tranquillamente passare in cavalleria il mancato recupero del potere d’acquisto dei redditi, in quell’anno orribile.

I dati del territorio. Precariopoli, la crisi della città di Modena. Le forbici si ampliano, quelle tra uomini e donne, quelle anagrafiche. Al contrario a causa dell’ennesimo dato negativo della Città di Modena, si attenuano vistosamente quelle territoriali. L’arretramento dello 0,1% dei redditi 2023 è composto da situazione diverse, come dimostra il -3,6% di Modena e il +3,8% della Bassa modenese, protagonista quest’ultima di un vivace rimbalzo sui pessimi dati dell’anno precedente. Tutte le altre zone si muovono in un differenziale contenuto, positivo o negativo, con la sola area di Vignola dove si registra una crescita dell’1,2%. Modena, che aveva già subito il dato più pesante nell’anno precedente, con un arretramento di quasi il 10%, continua una preoccupante discesa. Cosa succede nel nostro capoluogo, dove la perdita di valore dei redditi, tra il 2016 ed il 2023, ha raggiunto il 16,4%? Nel 2016 la distanza trai redditi medi annui del capoluogo, primo in classifica, e dell’area montana, che era ultima, era di 4.400 euro. Nel 2023 (con la rivalutazione sulla base del potere d’acquisto) si è ridotta a 3.074 euro. Tra Modena e Sassuolo, seconda in classifica, si registrava nel 2016 una differenza di 1.629 euro, scesi a 85 nel 2023. Modena (che resta prima), Sassuolo e Vignola sono sostanzialmente alla pari, con Castelfranco a poca distanza. Modena è l’unico territorio della provincia dove si registra anche un calo delle retribuzioni nominali, calate in otto anni dello 0,7%. Le cause sono molteplici. A Modena si concentrano, più che nel resto della provincia, settori dove i redditi si sono pesantemente erosi, come il terziario privato, l’alimentazione, la meccanica industriale, il lavoropubblico, i pubblici esercizi. In quest’ultimo settore, lo diciamo ai narratori delle gloriose sorti turistiche della città, il valore delle retribuzioni in otto anni è calato del 22%, segnale di uno spostamento deciso del lavoro in queste realtà verso aree colorate di grigio e di nero. Ancora un elemento: a Modena è maggiore la presenza di donne e giovani al lavoro, nel vasto settore dei servizi privati e nel commercio, dove pesante è stato l’arretramento dei redditi e la crescita dei part-time involontari. Anche l’enorme crescita del lavoro a tempo determinato, sottopagato e sotto inquadrato, in tutti i settori, probabilmente colpisce Modena un poco di più di altre aree della provincia. È la crisi dei redditi, certo non solo a Modena, una delle principali chiavi interpretative di numerosi fenomeni, come la crisi abitativa, la crisi demografica, il disagio sociale crescente, la maggiore distanza dei cittadini dalla cosa pubblica.

Il lavoro dei giovani. Pochi, ma interessanti, i dati positivi rispetto al reddito dei giovani modenesi. Siamo in un contesto dove l’ascensore sociale è in panne da tempo, e dove si continua a vaneggiare di formule lavorative a carattere innovativo, che rappresentano però una percentuale irrisoria della popolazione giovanile. Siamo molto oltre un naturale avviamento al lavoro caratterizzato da salari più ridotti, che saranno poi compensati da percorsi di carriera e crescita. In questo senso il distacco dalla famiglia avviene sempre più tardi, le ansie dei genitori crescono, i curriculum si riempiono di decine e decine di brevi esperienze, ed in alcuni luoghi si lavora gratuitamente, o quasi, solo per poter inserire un brand famoso ad illuminare il curriculum. Nei servizi sociosanitari ed educativi privati il potere d’acquisto del reddito degli under 35, in otto anni, è calato del 15%, mentre nel commercio il calo è stato del 12,5%. Peggio di tutti un settore a classica presenza giovanile, quello dei pubblici esercizi, dove in otto anni il reddito dei giovani è crollato di quasi il 30%. Pesa anche il forte calo dei redditi in un settore come l’edilizia, a forte presenza di under 35. In parziale controtendenza due settori, la Logistica e l’Industria manifatturiera, dove le perdite di reddito dei giovani sono state molto più contenute, fino quasi ad azzerarsi nel secondo macro settore. La competizione tra aziende attorno alla ricerca di tecnici specializzati, uomini e giovani in particolare, potrebbe essere uno dei motori di questo dato.

Il lavoro delle donne. Nelle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2024 le donne modenesi risultano avere retribuzioni inferiori del 27,4% a quelle degli uomini; un dato identico a quello dell’anno precedente, e pochissimo distante dal 28,3% misurato da Istat a livello nazionale. Il differenziale tra uomini e donne a Modena sale ancora, e raggiunge i 6.220 euro annui, contro i 5.923 dell’anno precedente. Le donne hanno perso negli ultimi otto anni fiscali il 14,1% dei redditi, contro il 10,4% degli uomini. Altissimo, tra le donne, il dato dei tempi determinati e dei parttime, sui quali si registra un lieve riequilibrio di genere, dovuto però all’estensione “coatta” anche trai giovani maschi del part-time. Proprio i settori a maggior debolezza sono quelli con la maggior presenza femminile: servizi socio-sanitari ed educativi privati, servizi di pulizia e domestici, commercio e pubblici esercizi, dove le donne sono il 73% delle certificazioni presentate al Caaf CGIL.In questo senso è evidente che nel mercato del lavoro la figura più debole è quella della donna giovane, e tra queste va ancora peggio a quella larga maggioranza, il 67% nella fascia 30-33 anni, che non possiede una laurea.

Il settore Privato. Parlando dei giovani abbiamo descritto parzialmente l’evoluzione del reddito per settore economico. Per il secondo anno consecutivo calano vistosamente i reddito medi del Ceramico e dell’Edilizia. Da due anni sono in calo anche l’Alimentare, la Meccanica Generale, il Commercio. Segnali di lieve ripresa per la Mobilità e la ristorazione, mentre più decisa, nell’ultimo anno, la crescita dei redditi di Abbigliamento e Logistica. Assieme ad alcuni rinnovi contrattuali, e a tranches di precedenti, il protagonista di questi dati è stata probabilmente la crescita di straordinari e supplementari nel corso del 2023. Clamorosa la crescita in un anno dei redditi nella Sanità privata (+12% in termini reali), frutto della crisi, a più facce, della Sanità pubblica.

La crisi dei redditi nel settore Pubblico a Modena. Abbiamo esaminato 28.000 dichiarazioni dei redditi presentate nell’arco di otto anni al Caaf CGIL, relative al Pubblico impiego, alla Sanità pubblica, alla Scuola. Complessivamente settori dove l’occupazione femminile è vicina all’80%, e con livelli molto diversi di precariato: dal 6% di tempi determinati nella Sanità pubblica, al 30% della Scuola. Da segnalare che il 37% di chi ha presentato la dichiarazione ha più di 55 anni.Nella Scuola Pubblica l’arretramento del potere d’acquisto dei redditi è stato mediamente del 6,2% rispetto al 2016; la perdita è concentrata negli anni fiscali tra il 2019 ed il 2021, anno rispetto al quale l’arretramento di reddito è misurabile addirittura attorno all’8%. La Scuola è un settore dove il gap di genere è decisamente più ridotto, e si sfiora la parità, almeno nei dati a nostra disposizione. L’analisi di brevissimo periodo relativa agli anni fiscali 2023/2022 evidenzia un incremento medio dei redditi del +1,2% in termini reali. Sempre con riferimento all’anno fiscale 2023, variazioni annuali di segno positivo si rilevano in tutte le classi di età ad eccezione della fascia over 55 dove si registra una lieve flessione rispetto al 2022.Nel Pubblico Impiego l’arretramento salariale è stato del 7,7%, nell’arco degli otto anni esaminati, ma quasi del tutto concentrati negli ultimi due anni. Riprende una divaricazione, anche se meno vistosa del passato, nelle retribuzioni tra uomini e donne. Calano le retribuzioni, nel 2023, al di sopra dei 45 anni, e crescono nelle fasce più giovani, anche per l’arrivo negli Enti di figure professionali a tempo determinato, a volte legate al PNRR. In ogni caso, nella fascia 25-34 anni, le retribuzioni sono del 34% inferiori alla media salariale del settore.Nella Sanità Pubblica l’arretramento salariale è stato del 10,9% in otto anni. Numeri pesanti, che lo diventano ancora di più se esaminiamo i due gap, di genere ed anagrafico. Il gap di genere è vistosissimo, con le donne che guadagnano mediamente il 18,5% in meno degli uomini. Ancora più clamoroso quanto accaduto nelle diverse fasce d’età: dal 18,5% di riduzione dei redditi nella fascia oltre i 55 anni rispetto all’anno fiscale 2016, al -13% nella fascia 45-54, all’8,3% in meno nella fascia 35-44, fino al sorprendente +25,6% di crescita, nella fascia 25-34. Dati fortemente legati alle turbolenze portate dalla concorrenza della Sanità privata, a dimissioni ed a nuove assunzioni di giovani in ruoli rilevanti. In questo senso può essere letta anche la crescita dei redditi dei tempi determinati, cresciuti del 60% in quattro anni. Una crescita portata soprattutto dall’incremento delle ore lavorate, per compensare i noti problemi d’organico, con redditi comunque del 35% inferiori a quelli dei tempi indeterminati.

Conclusione (amara). Non c’è nessuno da convincere, lo sappiamo. Non c’è nessuno che metta in discussione l’emergenza salari, almeno nella sua dimensione generale. Tutti sono in grado di collegare gli effetti, ad esempio, dell’aumento del 30% degli affitti, in pochi anni a Modena, con la riduzione del potere d’acquisto dei salari, che qui abbiamo presentato. Abbastanza facile poi collegare l’inverno demografico, ed i suoi effetti su tutti, con i dati retributivi degli under 35, donne in particolare. Forse è più difficile collegare la crescita del lavoro povero, e dell’assenza di lavoro, sul bilancio generale dei nostri Comuni e del nostro Paese, misurare gli effetti concreti – su tutti – della crescita dell’area di povertà sulla coesione del nostro tessuto sociale. Se nessuno mette in discussione l’emergenza salari è ovviamente sulle risposte da dare che il caos è grande. C’è persino chi la risposta l’ha trovata, per via legislativa, nel far crescere il lavoro precario, nell’aumento delle incertezze, nel deprimere il ruolo della contrattazione. Altri, inascoltati, continuano a considerare insopportabile che nel nostro Paese sia in corso da tempo un colossale ed iniquo processo di redistribuzione della ricchezza, a discapito della grandissima parte delle cittadine e dei cittadini, a favore dei profitti e delle rendite. Nelle dichiarazioni dei redditi delle modenesi e dei modenesi, presentate un anno fa al Caaf CGIL, c’è una nostra fotografia fedele, senza filtri ad esaltarne i colori. Ed è una fotografia cupa, difficile da guardare a lungo. Non c’è niente da fare; per quanto disturbante va guardata per bene: in quella fotografia ci siamo noi, c’è il nostro possibile futuro, al quale rifiutiamo di rassegnarci.

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